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Ai maestri italiani e stranieri del XX secolo, alla
seconda generazione degli artisti che hanno dato
carattere alla nostra cultura e anche ad alcuni
giovani che si sono distinti ho dedicato il mio
lavoro di gallerista – dura ormai da quarantacinque
anni – sostenuto dall’interesse e dalla passione di
chi colleziona arte contemporanea orientando il
proprio gusto oltre che su comprovati valori storici
sulle possibili aperture della nuova creatività.
È quindi in un mio consolidato programma di attività
espositiva che pongo la mostra personale di Mimmo
Centonze,
Lo spazio e il nulla,
tema che ha in sé una componente problematica e,
considerate le immagini proposte, un
ordine
così pieno, denso di
disordine,
che inquietudine e dramma paiono sospendersi in
quelle grandi stanze ingombre di oggetti usati, di
mercanzia esausta: palcoscenico di una
rappresentazione in divenire.
Il
punto di vista del pittore, giovane e già maturo di
esperienze, è ribassato, quasi a sfiorare il
terreno/pavimento e si alza appena su quelle
aperture che consentono di avere una visione
sull’esterno stando al di qua della porta aperta,
dove i relitti si impongono come realtà, eppure
avendo quel fuoco di luce che si organizza come
speranza o messa a fuoco di una possibile uscita
dalla stanza/tunnel.
Il
percorso è dal buio al chiaro, dal nero al bianco,
con tutte le possibili varianti di colori e di luci
intermedie, di mezzi toni, di caldi e freddi. Induce
riflessioni a diversi livelli: permangono sensazioni
claustrofobiche, ma in parallelo sintomi di
liberazione, annunci di una prossimità che è
evasione nel paesaggio, nella figurazione.
Mimmo
Centonze si è conquistato nuovi spazi espressivi
dando profondità a idee che riguardano da vicino il
nostro tempo, senza indulgenze estetizzanti e senza
gratuite crudeltà. L’artista medita su certe
incertezze, su certi pericoli che inquinano
l’ambiente, la società; e lo fa con gli strumenti
sensibili della ricerca materica, del linguaggio,
consolidando una sua poetica.
Marco Conte
VITTORIO SGARBI
testo critico della mostra in
catalogo
Toda ciencia trascendiendo
Una discesa agli Inferi; la voragine dello spazio.
Pochi pittori del nostro tempo hanno, più di Mimmo
Centonze, il senso della vastità dello spazio. Le
sue grandi tele ci disorientano e ci attraggono come
la luce sul fondo di una caverna. Dobbiamo avanzare.
Dobbiamo arrivare all’origine della luce. Centonze è
partito da una ammirazione illimitata per Lucian
Freud, ne ha ripetuto i soggetti, ne ha riprodotto
gli ambienti e le atmosfere, ne ha avvertito la
lacerazione; ma poi è intervenuta una
insoddisfazione, per difetto di trascendenza. Freud
ha un ingombro di naturalismo che opprime le sue
immagini, le stringe a una dimensione quotidiana,
anche se universale, dolente, dominata da una pietas
crudele. Ma in Freud non c’e’ speranza, non c’è
salvezza. I suoi personaggi sono condannati, vivono
il loro inferno quotidiano. Centonze, ammirando il
pittore, non può accettarne la visione tragica,
amara. E, nella sua ricerca vorace, brucia; e, come
le anime del Purgatorio, espia una colpa nella
certezza della Grazia. È raro che un pittore sia
religioso: ma Centonze non può correre il rischio di
essere devozionale, di dipingere la gloria di Dio in
una dichiarazione di fede che la pittura non
consente. Deve cercare un’altra strada. Per questo
si applica a dipingere il vuoto. È lo spazio dei
mistici, in una equivalenza pittorica delle Coplas
al divino di Juan de la Cruz: “Più salivo in alto,/ e più il mio sguardo
si offuscava,/ e la più aspra conquista/
fu un’opera di buio;/ ma nella furia
amorosa/ ciecamente m’avventai/ così in
alto, così in alto/ che raggiunsi la
preda” (“Cuando más alto subía,/
deslumbróseme la vista,/ y la más fuerte
conquista/ en escuro se hacía;/ mas por
ser de amor el lance/ di un ciego y
oscuro salto,/ y fuí tan alto, tan
alto,/ que le di a la caza alcance”).
È l’esperienza del mistico. È la
conquista della luce. Ma richiede di
attraversare il buio, la notte oscura:
“O notte che guidasti,/ o notte grata
più dell’aba chiara;/ o notte che
legasti/ amato con amata,/ amata
nell’amato trasformata!”. (“¡Oh noche,
que guiaste!,/ ¡oh noche, amable más que
el alborada!;/ ¡oh noche, que juntaste/
amado con amada,/ amada en el amado
transformada!”).
Per
raggiungere questo obiettivo amoroso,
Centonze concepisce grandi spazi
luminosi su grandi tele. E, per arrivare
alla luce, attraversa macerie, cumuli di
rifiuti, combustioni. La sua ricerca si
accontenta di un particolare in cui si
nasconde Dio. Ancora Juan de la Cruz: “Per tutta la bellezza
io mai mi perderò,/ ma per un non so
che/ che si trova per caso” (“Por toda
la hermosura nunca yo me perderé,/ sino
por un no sé qué/ que se alquanza por
ventura”).
In questa consapevolezza le
visioni, certo mistiche, di realtà
degradate, di magazzini desolati,
delimitano i confini di un inferno
quotidiano, oltre il quale c’è la luce
di Dio. Nessun percorso razionale è
sufficiente, nessuna certezza empirica.
Ecco Juan de la Cruz: “Entrai dove non
sapevo,/ e rimasi non sapendo,/ ogni
scienza trascendendo./ Non sapevo dove
entravo,/ ma quando lì mi trovai,/ non
sapendo dove stavo,/ grandi cose io
afferrai./ Non dirò ciò che provai,/ ché
rimasi non sapendo, ogni scienza
trascendendo” (Entréme donde no supe,/ y
quedéme no sabiendo,/ toda ciencia
trascendiendo./ Yo no supe dónde entraba,/
pero, cuando allì me vi,/ sin saber
dónde me estaba,/ grandes cosas entendí;/
no dirè lo que sentí,/ que me quedé no
sabiendo,/ toda ciencia trascendiendo”).
La
pittura di Centonze esprime visioni,
ogni scienza trascendendo. E, nella
ripetitività, moltiplica le occasioni
dell’esperienza mistica, come per
confermarla, in perfetta corrispondenza
con la ripetitività della preghiera.
Ogni “stanza” è come il grano di un
rosario, in una successione ossessiva
che determina non la suggestione ma la
certezza di Dio. Dio è oltre ogni
preghiera, è ciò che è al di là della
materia e dello spazio. È pura luce,
dopo l’esperienza del buio. La presenza
fisica dell’uomo, lusingato e
accarezzato, anche nella brutalità,
nella pittura di Freud, non è più
necessaria, anzi è di ingombro alla
intuizione luminosa di Centonze. L’uomo
è alle spalle, già visto, già dato. Ora
bisogna conquistare la preda divina,
immateriale, che non si dà senza rischio
di perdere la vista. O, almeno, di
deslumbrosarla,
ovvero di offuscarla. Lo sguardo di
Centonze brucia, si misura con il fuoco,
ma la sua anima sa che andrà oltre.
Perché la più forte conquista è opera
del buio.
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